Decidi male perché decidi nel momento sbagliato
Prendere decisioni è il cuore del lavoro di un imprenditore. Decidi su persone, su investimenti, su clienti, su direzioni strategiche. Eppure quasi nessuno si ferma a chiedersi in che stato ti trovi quando decidi. Davide Pozza, esperto in gestione dello stress da lavoro e socio di Quantico Business Club, ha aperto con una domanda semplice: se un amico vi dicesse “sono stressatissimo”, gli rispondereste “sono contento per te”? Nessuno lo farebbe. Eppure il problema non è lo stress in sé. Ma è come lo usiamo, o meglio, come ci lasciamo usare da lui. La difficoltà è nella gestione delle decisioni.
Non è lo stress a logorare… è non uscirne
C’è una curva che descrive il rapporto tra difficoltà di un obiettivo e livello di stress che produce. Non è lineare. Fino a un certo punto lo stress cresce insieme alla difficoltà, poi crolla: quando qualcosa è totalmente fuori dalla nostra portata, smettiamo anche di angosciarci, ci arrendiamo. Il punto interessante è quello centrale, la zona ad alta tensione dove una sfida è difficile ma raggiungibile.
In quella zona lo stress genera concentrazione, adrenalina, focus. È lo stesso meccanismo che ti fa chiudere una trattativa critica in 48 ore di pressione totale, e una settimana dopo chiederti come sei riuscito a essere così lucido. È lo stesso stato in cui un imprenditore decide se approvare un investimento importante con una cassa sotto pressione o rimandarlo, perdendo opportunità. Non è un’anomalia, è il sistema che funziona.
Il guaio arriva quando ci si inceppa lì dentro e non si riesce a uscirne. Quando quella condizione smette di essere temporanea e diventa uno stato permanente. Quello è il distress. Quello ha portato la madre di Davide, diventata direttrice di una catena di profumerie, a un esaurimento nervoso dopo mesi di lavoro senza sosta. Questa storia personale, raccontata a Milano durante un Business Meeting di Quantico, è il punto di origine di tutto il suo lavoro sulla gestione delle emozioni.
Procrastinare è già decidere
Prima di qualsiasi decisione c’è un’azione. Prima di qualsiasi azione c’è una scelta. E la scelta che più spesso si evita di prendere è quella di decidere.
La procrastinazione non è neutralità. È essa stessa una decisione, con conseguenze ben precise: se rimandi il momento in cui scegli, a un certo punto non sarai tu a prendere la decisione, ma la situazione a imporsi su di te. E in quel caso non stai decidendo, stai reagendo.
Come quando rimandi la decisione su un collaboratore che non performa più, finendo per subirne il costo operativo ogni mese. La differenza non è piccola.
C’è un altro errore comune: trattare una scelta come un dilemma tra A e B. Quando hai solo due opzioni, non stai davvero decidendo. Stai scegliendo tra due vincoli. La soluzione quasi sempre è cercare C, D, E. Allargare il campo prima di restringerlo.
Aspettative e obiettivi non sono la stessa cosa
C’è una distinzione che vale la pena fissare. Chi ha aspettative aspetta. Chi ha obiettivi si muove.
Se mi metto un obiettivo, ci lavoro, non lo raggiungo, avrò comunque imparato qualcosa nel percorso. Se avevi solo un’aspettativa e non si realizza, rimani fermo con una frustrazione in più. La frustrazione è una spirale, e uscirne richiede molta più energia di quella che ci vuole a non entrarci.
È la differenza tra aspettarsi che un progetto cresca da solo e costruire un sistema che lo fa crescere davvero.
La gestione delle decisioni nel business quotidiano passa anche da qui: dalla chiarezza su cosa stai inseguendo e perché.
Tre leve per cambiare stato d’animo prima di decidere
Il punto centrale dell’intervento è questo: lo stato d’animo non è qualcosa che ci accade, è qualcosa che possiamo influenzare. Ci sono tre strumenti concreti.
Il primo è il linguaggio interno. Il cervello non distingue una situazione reale da una vivida immaginazione. Se mi dico “ho un problema enorme”, il cervello si concentra sul problema. Se mi dico “ho una situazione da risolvere”, si orienta verso la soluzione. Le domande che iniziano con “perché” ci tengono bloccati nell’analisi del passato. Le domande che iniziano con “come posso fare per” ci proiettano verso l’azione.
Il secondo è la fisiologia. Come usiamo il corpo cambia la chimica dell’umore. Buttarsi sul divano stanchi comunica al cervello che è ora di riposare. Alzarsi, muoversi, fare attività fisica aerobica anche solo venti minuti, cambia il livello di energia disponibile per le ore successive. Persino sforzarsi di sorridere per due minuti modifica la risposta emotiva del cervello.
Il terzo è il focus. Quello su cui ci concentriamo crea la nostra percezione della realtà. Una giornata con nove cose andate storte e una andata bene è una giornata in cui qualcosa ha funzionato. Il bicchiere mezzo pieno non è ottimismo ingenuo, è una scelta deliberata su dove puntare l’attenzione.
Regola numero uno: non decidere mai in pick state
Quando sei al picco di un’emozione, qualsiasi emozione, inclusa l’entusiasmo, le decisioni che prendi sono spesso decisioni di cui ti penti. Vale per la rabbia, vale per la paura, vale per l’euforia.
Diventare consapevole di questi tre strumenti, linguaggio, fisiologia e focus, non significa diventare dei monaci zen da ufficio. Significa avere la capacità di riconoscere in che stato si è, scegliere se cambiarlo, e poi decidere da un punto più stabile. Non servono mesi: Pozza indica 21 giorni di pratica consapevole come soglia minima per interiorizzare il cambiamento.
Pianifica… poi lascia stare
C’è un’ultima trappola che riguarda chi pianifica bene ma non riesce a smettere di controllarsi mentre esegue. La qualità di una decisione non si misura solo nel momento in cui la si prende, ma nella capacità di affidarsi al processo dopo.
Una volta immaginato il risultato, costruita la mappa, pianificate le azioni, il passo successivo è eseguire senza rimettere continuamente tutto in discussione. Il perfezionismo che non parte mai è meno utile del risultato imperfetto che esiste.
Come dice Pozza: un fatto, anche imperfetto, vale più di un’idea ancora in lavorazione.
Queste dinamiche, sulla gestione delle decisioni, sulle emozioni e la costruzione di un mindset operativo, sono il tipo di confronto che avviene ogni settimana tra i soci di Quantico Business Club. Una rete di oltre 600 imprenditori che si mettono in gioco tra pari, accedono a formazione ad alto impatto e si sfidano a crescere, dentro e fuori l’azienda.
L’accesso è su candidatura, perché il livello del confronto dipende da chi siede al tavolo.
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