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I vantaggi e le criticità su modi diversi di lavorare

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Smart working o lavoro in presenza: il punto di vista imprenditoriale

Tempo di lettura: 13 minuti

Smart working o lavoro in presenza: quale modalità è la migliore? È questa la domanda che ci poniamo oggi, in un momento in cui il dibattito su come lavorare in maniera efficace e soddisfacente si fa sempre più acceso.

Durante il Debate Quantico, le testimonianze di imprenditori e soci ci hanno fornito spunti interessanti e punti di vista diversi su questo argomento complesso. Alcuni vedono nello smart working la soluzione ideale per bilanciare lavoro e vita personale, aumentare la produttività e attrarre i migliori talenti da ogni parte del mondo. Altri, invece, temono un calo della comunicazione e della coesione aziendale, sottolineando come il contatto fisico sia fondamentale per trasmettere valori e stabilire relazioni più profonde.

Il primo socio intervenuto nel dibattito si è dichiarato estremamente favorevole allo smart working, in quanto, nella sua esperienza, questa modalità di lavoro gli ha permesso di generare maggiori profitti. 

Ha iniziato a lavorare nel settore informatico come dipendente e per 15 anni è stato un consulente on site, incontrando dunque tutti i suoi clienti presso le loro sedi. Il Covid ha rappresentato il punto di svolta. Con l’avvento dello smart working, ha potuto sviluppare un progetto di impresa.

Questa modalità di lavoro gli ha offerto le basi da un punto di vista finanziario per strutturarsi. Il passaggio successivo è stato, infatti, quello di aprire una srl e di proporre questo metodo di lavoro ad altri consulenti che hanno abbracciato la sua filosofia. 

Ad oggi, i suoi collaboratori lavorano tutti con partita IVA, con grandi soddisfazioni a livello economico. Quindi, i maggiori profitti derivati dallo smart working gli hanno permesso di diventare imprenditore.

Passiamo alla testimonianza di un altro socio che, pur avendo dovuto lavorare in smart working durante l’epoca Covid e avendo ancora oggi collaboratori che lavorano a distanza, non si dichiara così favorevole a questa modalità di lavoro, in quanto ha notato nel corso del tempo un calo della produttività e un cambiamento della domanda del mercato che oggi torna a chiedere un supporto molto più presenziale da parte del consulente.

Occupandosi anche della selezione dei suoi collaboratori, quello che ha riscontrato da parte dei ragazzi che sono alla ricerca di un’occupazione è proprio la necessità di sviluppare una cultura aziendale, di potersi confrontare all’interno del luogo di lavoro; cosa che, secondo lui, può venire a mancare in aziende estremamente liquide o che operano solo in smart working.

In definitiva, secondo l’opinione del socio, la modalità dello smart working può essere un’ottima soluzione per freelance o per chi si occupa di consulenze specifiche. Ma per lavori più complessi e, come nel suo caso, fortemente creativi, lo sviluppo di una cultura aziendale non può essere veicolata solamente online.

Un altro socio ha fatto emergere che per un imprenditore ciò che più conta è la reale utilità dello strumento a seconda del mestiere specifico. Il Covid ha imposto e accelerato una modalità di lavoro necessaria in quel momento (smart working) senza considerare quella che poteva essere l’utilità.

Il socio, che opera nell’ambito informatico, ha raccontato che il 96% dei suoi collaboratori lavora in full-remote. Tuttavia, siccome il mercato non si è ancora completamente assestato dalla vicenda Covid e post-Covid, molti suoi clienti che sono anche grandi committenti tornano a chiedere una modalità di lavoro in presenza. Il suo consiglio è quindi quello di considerare tutti i pro e tutti i contro di una scelta di questo tipo, tenendo presente che, essendo il mercato in evoluzione sotto questo punto di vista, vale la pena considerare tanto l’una quanto l’altra modalità a seconda dell’esigenza.

Lo scambio di opinioni è andato avanti e ha preso la parola un socio che, per la natura del suo business (settore retail della GDO), non ha mai potuto avvalersi della modalità di lavoro agile. Ha posto l’attenzione sull’aspetto contrattuale e, secondo lui, la forma di lavoro in smart working andrebbe probabilmente rivista per poter disciplinare nel modo corretto ferie, permessi e meccanismi di un approccio al lavoro che per forza di cose è diverso da quello tradizionale. Ma, tralasciando questo aspetto più tecnico, per il socio in questione, la formula dello smart working non agevola il contatto, la comunicazione e alla lunga può creare sviluppi negativi sui rapporti umani e sulle modalità di relazione tra individui.

Dall’intervento di un altro socio, che è sempre stato un sostenitore dell’apprendimento osmotico, ovvero di quella modalità di apprendimento attraverso tutta una serie di segnali corporei, è emerso che anche sapendo gestire al meglio il rapporto mediante webcam, il problema può essere che dall’altra parte dello schermo non arrivino tutti i messaggi. Nonostante questo, è estremamente convinto delle enormi potenzialità dello smart working, che secondo il suo punto di vista, è in grado di cambiare i modelli operativi delle organizzazioni grazie alla possibilità di sfruttare al meglio alcune tecnologie che esistono già da tempo ma che non sono mai state sfruttate nel modo giusto.

Ad esempio, una persona appena entrata in azienda può chiedere supporto attraverso una chat room che prima non esisteva. In questo modo, il numero di potenziali tutor si moltiplica, diventa più semplice chiedere aiuto e, al tempo stesso, si diffonde una modalità che facilita il supporto tra colleghi.

Pertanto, il socio ritiene che un miglior modo di lavorare possa compensare la carenza della comunicazione osmotica che emerge nello smart working.

Per l’imprenditore che è intervenuto successivamente, lo smart working può essere una soluzione per i collaboratori che manifestano delle difficoltà nel recarsi in ufficio, ma non rappresenta la modalità di lavoro ottimale e funzionale. Pur avendo delle chat interne e condividendo le informazioni, è convinto, infatti, che è molto più semplice e veloce trovare la soluzione ad un determinato problema attraverso il dialogo diretto, rapido, piuttosto che mediante scambi in chat lunghi e a volte anche asincroni.

In alcuni casi il modello dello smart working è diventato il metodo di lavoro perfetto, tanto per l’imprenditore quanto per il collaboratore. Lavorare in smart working ha consentito ai dipendenti di alcuni dei nostri soci di concentrarsi sulla qualità del lavoro e non solo sul tempo trascorso seduti alla scrivania, passando a lavorare per obiettivi e progetti. Questo metodo ha trasferito responsabilità e aumentato la qualità del lavoro, attraverso accordi chiari che hanno consentito flessibilità e adattamento sulle diverse esigenze. D’altra parte, il remote working ha dato la possibilità di lavorare da casa o da qualsiasi parte del mondo, offrendo l’opportunità di conciliare vita professionale e personale, risparmiando tempo e denaro e riducendo lo stress legato agli spostamenti in ufficio.

Nell’esperienza di un socio, aver iniziato a lavorare prima in smart working e poi in remote working senza tralasciare la qualità del lavoro, ha permesso a lui e ai suoi clienti di affrontare un evento dirompente come quello del Covid senza nessuna criticità dal punto di vista operativo. Pertanto, il socio è convinto che, al di là dell’essere pro o contro allo smart working, sia opportuno per qualsiasi imprenditore valutare la possibilità di implementare questo tipo di modalità all’interno della sua azienda. Normalmente, la cosa migliore sarebbe prevedere un connubio tra le due.

Un altro imprenditore nella sua azienda ha integrato sin da subito la modalità dello smart working, ma con delle regole, ovvero lavoro in smart per 1 giorno a settimana, lavoro in ufficio per il resto della settimana. Questa metodologia gli ha permesso di poter attirare i talenti migliori, potenziando la cultura aziendale all’interno del luogo di lavoro, permettendo poi di ottenere risultati eccellenti anche a distanza.

Nell’esperienza di una socia, lo smart working risulta essere una modalità di lavoro sicuramente di successo, perché offre benessere al collaboratore riflettendosi sul benessere dell’azienda. Tuttavia, pur essendo favorevole allo smart working, ritiene che il luogo migliore dove poter lavorare, nell’impossibilità di andare in ufficio, non sia la casa ma uno spazio coworking.

Il dibattito è proseguito con l’intervento di un socio che ha portato l’attenzione sullo sbilanciamento che può avvenire tra una modalità troppo remote e il lavoro tradizionale in azienda rispetto allo stile di leadership, al training on the job, alla negoziazione. Secondo lui, un eccesso di smart working è un limite nel trasmettere comportamenti corretti e nel diffondere l’etica che serve per fare business.

Invece, per quella che è l’esperienza di un altro socio, il lavoro smart è indubbiamente la soluzione migliore, non solo per come è strutturata la sua azienda (sede in Puglia e 900 collaboratori che lavorano in tutta Italia) ma anche per la diversa tipologia di clienti che l’azienda segue, con cui stabilire un rapporto fisico e costante risulterebbe essere una criticità. La modalità di lavoro agile ha portato la sua azienda ad utilizzare strumenti quali Teams, Cloud, varie chat, così come diversi social già prima del Covid, rimanendo sempre connessi e concentrati sulle operatività. Pertanto, secondo il suo parere, soprattutto in alcuni ambiti come può essere quello commerciale e quello dello sviluppo software, utilizzare una modalità di lavoro smart è indispensabile per essere costantemente aggiornati e lavorare in maniera più efficace.

C’è chi ha portato l’attenzione sul fattore umano che caratterizza in particolar modo la formula del remote working. Nell’esperienza di un socio, questa modalità di lavoro fa in modo che le persone si isolino sempre di più dall’azienda, facendo perdere il senso di lavoro di squadra. In definitiva, non si considera contrario a prescindere allo smart working perché in particolari situazioni si è dimostrata una formula di lavoro addirittura preferibile, ma nel caso del raggiungimento di un obiettivo attraverso il lavoro di più persone, per lui conseguirlo senza far riunire i collaboratori diventa più difficile.

Per un altro socio, lo smart working è risultato fondamentale per reperire i talenti migliori. Prima, la ricerca doveva inevitabilmente concentrarsi sul territorio, con il limite di non trovare necessariamente la migliore risorsa possibile per una determinata attività. In seguito, potendo lavorare in smart working, ha potuto attingere a talenti provenienti da ogni parte d’Italia. 

Si è dichiarato comunque favorevole ad una modalità di lavoro mista che preveda tanto il remote working quanto il lavoro in presenza, per non perdere completamente il concetto di gruppo, anche se per quello che è il suo ambito specifico trova molto più funzionale un modello in cui tutti siano per così dire nella stessa situazione, potendo attingere a strumenti come Teams, Zoom o Meet. 

Inoltre, un altro limite del lavoro in presenza, nel suo caso specifico, è dato dal fatto che l’ufficio non è strutturato in maniera tale da garantire degli spazi privati a ciascun collaboratore, mentre un ambiente come quello casalingo soddisfa molto meglio questa necessità.

Un altro socio ha evidenziato come il Covid abbia stravolto completamente la modalità di lavoro in un settore tanto tradizionale come quello della vendita delle energie rinnovabili e lo smart working sia diventato una scelta obbligata per poter andare avanti. 

Nella sua realtà si è reso necessario intraprendere un percorso formativo online con la rete commerciale, lo sviluppo di una modalità online di consulenza con i clienti e l’utilizzo di una serie di applicativi che gli hanno permesso di fare in forma virtuale quello che prima faceva in presenza.

Nel suo caso specifico si è trattato propriamente della rottura di uno schema mentale: ora può fare le stesse cose che prima si facevano in maniera diversa nella metà del tempo e anche con risultati migliori, perché maggiore è la pratica, maggiore risulta essere l’acquisizione del metodo.

Questa modalità di lavoro ha migliorato lo stile di vita dei suoi collaboratori, che nel lungo termine si è tradotto in una maggiore produttività, serenità e in migliori risultati per l’azienda. Infine, l’approccio generato dallo smart working ha permesso a lui e a tutti i suoi collaboratori di essere molto più sostenibili.

Infine, un socio ha messo in evidenza come l’apprendimento attraverso il modello dello smart working possa essere risolto attraverso disciplina e organizzazione. Esistono strumenti di collaboration da remoto che permettono di sviluppare un metodo di lavoro asincrono e che vengono implementati con successo in realtà che lavorano in processi formativi anche molto complessi. 

Il Covid ha costretto improvvisamente ad utilizzare e ad acquisire (a volte anche male) tutta una serie di strumenti che non si conoscevano o che non si utilizzavano così frequentemente, senza avere una disciplina e un metodo. E questo ha creato per lui una serie di criticità.

Per quanto riguarda la questione della cultura aziendale, il socio è senz’altro convinto che i meeting di persona trasferiscano qualcosa che spesso da remoto si rischia di perdere. Tuttavia è altrettanto convinto che se l’azienda è ben organizzata, può proporre degli eventi virtuali specifici, avendo un effetto molto più impattante rispetto alla quotidianità che si può vivere in ufficio e che comporta le problematiche citate: deterioramento dei rapporti familiari e interpersonali.

Per il socio, quindi, lo smart working non è l’obbligo di lavorare da remoto, ma la possibilità di farlo. Per questo la sua azienda è stata strutturata in modo tale da permettere a tutti i suoi collaboratori di poter sfruttare postazioni, spazi, meeting room in qualsiasi momento della giornata, ma al tempo stesso se il lavoratore vuole o deve lavorare da casa, ha la possibilità di farlo.

Ciò che emerge chiaramente da questa discussione è che non esiste una risposta universale e che la scelta tra smart working e lavoro in presenza dipende da una serie di fattori, tra cui il settore di attività, le esigenze dei dipendenti e la cultura aziendale.

Quello che è certo è che, indipendentemente dalla modalità di lavoro scelta, l’importante è avere una visione chiara degli obiettivi e dei valori dell’azienda, promuovere la comunicazione e la collaborazione tra i dipendenti e adattare costantemente le strategie in base alle esigenze del mercato.

Infine, è importante ricordare che il mondo del lavoro è in costante evoluzione e che, per restare competitivi e soddisfare le esigenze dei dipendenti, le aziende devono essere pronte a sperimentare e adattarsi a nuove modalità di lavoro.

Quindi, la vera sfida per le imprese di oggi è trovare il giusto equilibrio tra flessibilità e coesione, tra innovazione e tradizione, per garantire il successo e la crescita sostenibile nel lungo termine.

Soci intervenuti come oratori:

Andrea Scotti: CEO di SCT Consulting Srl

Valerio Polverini: Agenzia di Comunicazione VPGD

Diego Piras: CEO di Omicron Consulting

Salvatore Motta: Socio di Alfio Motta Srl

Marco Amadei: Socio di EduBP Srl

Gianluca Moretti: CEO di Bluetech

Marcello Campia: General Manager presso OAK Agency – AMW srl

Claudio Rossi: CEO di StartUp Studio Srl

Antonietta Pollino: La.v. Costruzioni Srls

Marco Saletta: Western&Southern Europe General Manager at Sony Interactive Entertainment

Gianvito Deramo: CEO di Digiton

Stefano Cammi: CEO di New Alfatel 2002

Fabrizio Bitti: CEO di bit Time Software

Stefano Menghini: Imprenditore e Coordinatore Operativo di Opere scrl

Paolo Toro: CEO di Eight Twenty Srl

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